Fame e malnutrizione: le tragedie dei nostri giorni 


Fame e malnutrizione: le tragedie dei nostri giorni 

 

L’80% dei bambini malnutriti vive in nazioni in via di sviluppo,  in aree di guerra o di conflitti, paesi che si trovano soprattutto in Africa, America del Sud e dell’Asia meridionale. Il rapporto annuale delle agenzie dell’ONU rileva che tra i fattori chiave dell’incremento dell’insicurezza alimentare vi sono le oscillazioni climatiche che influenzano l’andamento delle piogge e delle stagioni agricole, gli eventi climatici estremi quali siccità e alluvioni, insieme ai conflitti armati e alle crisi economiche. La fame e la malnutrizione colpiscono i bambini già entro i primi due anni di vita con conseguenze devastanti. E’ dunque importante prestare attenzione a chi è più vulnerabile, neonati, bambini sotto i cinque anni, bambini in età scolare, ragazze adolescenti e donne, ed essere consapevoli delle conseguenze dannose causate dallo scarso accesso al cibo.  In Africa e in Asia vivono rispettivamente il 39% e il 55% di tutti i bambini affetti da problemi legati alla mancanza di una dieta equilibrata. 

 

 Interventi adeguati non solo porterebbero benefici in termini di salute, ma anche a livello di sviluppo, di economia e non ultimo di scolarizzazione. Nei Paesi poveri, un neonato su 6 pesa meno di 2.5 Kg alla nascita. Con l’aumento  dell’età un numero sempre maggiore di soggetti ricade in questa anomala condizione: la percentuale di bambini sottopeso con una malnutrizione acuta si attesta ad uno su 4 nella fasica di età tra 0 e 5 anni. Inoltre studi medici hanno dimostrato che ad essere sottopeso si corre un rischio 9 volte più altro di morire prematuramente rispetto a chi ha uno sviluppo normale grazie ad una sana  alimentazione. Una tragedia che deve essere affrontata partendo dalle future mamme perché la malnutrizione materna rappresenta un pericolo sia per la madre che per i figli: l’eredità della fame, che una mamma malnutrita trasferisce ai figli, è uno dei maggiori vincoli allo sviluppo del bambino e della società.  La malnutrizione indebolisce le difese immunitarie e fa aumentare il rischio di ammalarsi di rachitismo, demenza,  polmonite, diarrea, malaria, Aids e morbillo: malattieche sono responsabili, secondo l’ OMS, della metà di tutti i decessi di bambini al di sotto dei cinque anni. 

 

E’ fondamentale chiarie che malnutrizione e fame non sono la stessa cosa:  la malnutrizione è una condizione  complessa che per essere affrontata richiede interventi che devono  andare al di làdegli aiuti alimentari. Se la risposta tipica alla fame è costituita da aiuti che contribuiscono all’apporto calorico quotidiano della persona, la malnutrizione non è una semplice condizione di assenza di cibo, bensì una carenza generica di alimenti, di sostanze nutritive e micronutrienti che può provocare seri problemi fisici e mentali, in particolare nei bambini sotto i 5 anni, fino a portare alla morte. Oltre ad una maggiore attenzione verso le fasce più deboli  occorre dunque  un cambiamento sostenibile verso un’agricoltura e filiere alimentari sensibili agli aspetti nutrizionali, che possano garantire cibo sicuro e di qualità per tutti. Inoltre è evidente che servono sforzi per costruire percorsi di resilienza ambientale attraverso politiche che promuovano l’adattamento ai mutamenti climatici e la riduzione delle calamità.

 

 Con questa consapevolezza abbiamo elaborato  i nostri progetti di agricoltura: le buone pratiche agricole garantiscono sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare e una equa distribuzione dei prodotti coltivati. Siamo inoltre certi che un know-how costruito su “uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri” contribuisce a quel processo culturale necessario per rafforzare l’autodeterminazione della popolazione, un primo importante passo verso la libertà nelle scelte socio-economiche del proprio Paese. Il diritto al cibo può essere garantito solo se ogni inividuo ha l’accesso a risorse produttive (in particolare alla terra, acqua, sementi, ma anche alla pesca e alle foreste), al lavoro e a schemi di protezione sociale che tutelino i più vulnerabili, in particolare donne e popolazioni indigene.